Far Web: il problema (e la soluzione) sono le persone

di Wired

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C’e` l’odio per gli stranieri, l’odio per gli immigrati (“ci rubano il lavoro”), l’odio per chi sostiene che gli immigrati vadano accolti, l’odio per i profughi (“non l’avete ancora capito che ci portano le malattie?”), l’odio per le donne, l’odio per i cantanti, l’odio per i musulmani, l’odio per i ricchi, l’odio per i politici, l’odio per i gay, l’odio per i siciliani, l’odio per i giornalisti, l’odio per i bambini down…“. L’elenco potrebbe continuare a lungo e in effetti occupa ancora molte righe del libro Far Web. Odio, bufale bullismo: il lato oscuro dei social di Matteo Grandi, in uscita il 14 settembre per Rizzoli.

Grandi è giornalista, autore tv e, come lo definisce con un termine un po’ antiquato la cartella stampa (forse per non usare la parola influencer), “opinion leader autorevole con oltre 80mila follower su Twitter“. Di sicuro è una persona che conosce molto bene le dinamiche della comunicazione online attuale e la sua disamina in questo libro è sempre puntuale.

Hate speech, reveng porn, cyberbullismo, fake news sono solo alcuni dei preoccupanti fenomeni che cerchiamo quasi di esorcizzare con parole straniere ma che in fondo parlano dei nostri atteggiamenti più primitivi e triviali: perché, come sostiene l’autore, “l’insulto e` insito nella natura umana“.

È anche vero, però, che “odio e social media si sono trasformati in una sorta di binomio” ed è sempre più difficile segnare un limite fra quello che succede sul web e le sue conseguenze reali.

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Anzi, il problema è proprio che moltissimi hater di professione o leoni da tastiera usano questa differenza (“il web non è reale“) come un alibi. Ma offendere o minacciare in un commento su Facebook è grave tanto quanto farlo in un luogo reale (“la sentenza della Corte di Cassazione n. 42727 del 23 ottobre 2015“, ricorda Grandi, specifica “inoltre che la community internet con i suoi milioni di iscritti puo` tranquillamente rientrare nella nozione di luogo pubblico“). Eppure la scusa del virtuale permette che molti, fra anonimato e incoscienza, avvelenino la discussione e l’opinione pubblica con violenza e ignoranza senza tema di conseguenze.

E` vero che gli ebeti sono sempre esistiti; e` vero che al bar hanno liberta` di parola assoluta“, riflette ancora Grandi, “ma l’elemento anomalo con l’avvento del web e` che oggi ogni castroneria diventa potenzialmente virale“. È un po’ lo stesso discorso che fece Umberto Eco sull’equiparazione del diritto di parola degli imbecilli e dei premi Nobel. Anche qui però emerge una questione spinosa: sono le piattaforme social a doversi dotare di strumenti sempre più avanzanti di tutela (come ha chiesto ad esempio la presidente della Camera Laura Boldrini al ceo di Facebook Mark Zuckerberg) oppure sono le persone a dovere trovare un equilibrio e un modo sensato di stare sul web?

Il libro di Grandi in effetti non dice nulla di nuovo su questi fenomeni, anzi va a consolidare un’attenzione sempre maggiore su questi temi denunciati da più parti (non ultimo il video dell’agenzia Luz sugli orribili commenti online letti ad alta voce). Ma la potenza di un volume come questo è mettere assieme una sequela precisa di casi eclatanti (da Tiziana Cantone a Bebe Vio, fino alla pagina finta di Wikipedia su Jar’Edo Wens) che la memoria corta di questa nostra epoca digitale spesso tende a dimenticare in fretta. E poi ci sono i dati: cosa dire del fatto che “nel 2017, dei 100 incitamenti all’odio segnalati, Facebook ne ha rimossi appena 29“? O del fatto che il 50% delle vittime di cyberbullismo abbia pensato al suicidio?

L’odio online è uno dei più grandi elefanti nella stanza di ogni conversazione sulla comunicazione e l’informazione di oggi. Grandi mette in guardia anche sui rischi che alcune possibili soluzioni potrebbero avere sulla libertà di espressione: se da una parte nuovi social come Candid si impegnano a depurare le conversazioni da post e commenti oltraggiosi (ma non riuscendo ad affermarsi come i competitor più grandi), dall’altra la tendenza è quella di proporre paletti sempre più restrittivi che alla fine comprometterebbero del tutto la comunicazione online. In proposito è interessante questo spot della nuova stagione di South Park che ironicamente propone un enorme server che controlli tutte le conversazioni in corso: “Provate a immaginare: tutti che sanno quello che dicono tutti su Internet!

Il baricentro del problema va ovviamente spostato. Come dimostrano i controlli degli utenti di Wikipedia sulle pagine con informazioni errate o i tentativi di debunking su notizie false o moderazione su commenti offensivi, la risposta viene soprattutto dalle persone: “in pratica veleno e antidoto sono veicolati dal medesimo trasmettitore: l’utenza attiva“, conclude Grandi. L’arma più efficace contro gli hater sono coloro che hater non sono, coloro che si affacciano sul web con criterio ed equanimità. Perché “il dilagare dell’odio e` un problema sociale molto piu` che un problema social” e sta dunque a noi fare la prima mossa per un mondo online più libero ma anche più pulito.

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ultimo aggiornamento: 14/09/2017 11:19:51